«Marcinelle come uno specchio delle origini della Repubblica» [Il Mattino]

[Il Mattino, 30.7.2026]
di Generoso Picone

Un saggio di Toni Ricciardi sottolinea l’importanza dell’emigrazione nella costruzione dello stato nato dalla sconfitta nazifascista Gli 80 passati dal referendum del 2 giugno 1946 e i 70 dal disastro minerario in Belgio, «La catastròfa» (ri)narrata da Di Stefano.
Annibale Pagnozzi aveva 32 anni, era sposato e padre di due figli, arrivato da Sant’Angelo a Cupolo, provincia di Benevento. Antonio Sacco, poco più di un ragazzino, di anni aveva la metà ed era originario di Cervinara, in Irpinia. Poi altri 260 nomi, 134 di italiani, da Farindola, presso Pescara, a Montebelluna di Treviso, da Gagliano del Capo vicino Lecce a Gaggio Montano sull’Appennino bolognese: un elenco da collocare nella cornice epica di una Spoon River capace di raccontare i percorsi delle vittime di quella che fu un’autentica apocalisse sotterranea. La catastròfa, come l’ha definita Paolo Di Stefano nel libro del 2011 ampliato nella versione che ne celebra il settantesimo anniversario (Sellerio, pagine 336, euro 16): era l’8 agosto 1956 quando l’incendio avvolse la miniera di Bois du Cazier a Marcinelle e fece strage di chi lì lavorava nelle gallerie estraendo carbone e speranze.
Da allora Marcinelle continua a rappresentare «il simbolo più alto del sacrificio del lavoro italiano emigrato», spiega Toni Ricciardi in Una Repubblica fondata sull’emigrazione (Donzelli, pagine 159, euro 16). Ma – aggiunge lo storico delle migrazioni all’università di Ginevra, attualmente parlamentare del Pd e vicepresidente del gruppo alla Camera – «proprio la forza evocativa di Marcinelle ha finito, in molti casi, per restringerne il significato storico».
Quale esso sia, si comprende collocando la strage di Marcinelle nella sequenza dialettica e cronologica che parte con la nascita della Repubblica il 2 giugno 1946, incrocia la data dell’accordo del 26 giugno 1946 che sancisce lo scambio tra manodopera italiana e carbone belga, arrivando alle fiamme di Bois du Cazier.

Così, questo «non è soltanto il luogo della memoria di una tragedia, bensì il punto dal quale osservare la costruzione della Repubblica italiana nella sua dimensione transnazionale. Una Repubblica che, almeno nei suoi primi decenni di vita, fu realmente fondata sul lavoro, ma che costruì una parte essenziale del proprio sviluppo grazie al lavoro svolto dai suoi cittadini oltre i confini nazionali».
Un Repubblica fondata sull’emigrazione, insomma, che fa riemergere tale carattere identitario proprio nel 2026, anno di congiunzione dei tre anniversari. «Se il 2 giugno 1946 le italiane – per la prima volta – e gli italiani scelsero la Repubblica, il 23 giugno 1946 la politica la fondò sull’emigrazione o – detto diversamente – la costruì grazie o con l’emigrazione», è la tesi che Ricciardi sviluppa, trovando una risposta al quesito di fondo. Cioè: quale ruolo svolse realmente l’emigrazione nella costruzione della Repubblica italiana?
«L’emigrazione non fu soltanto una conseguenza della povertà e della disoccupazione del dopoguerra, bensì una componente strutturale del progetto politico, economico e internazionale della nuova Repubblica. Se la Costituzione affermava che l’Italia era una Repubblica fondata sul lavoro, la concreta azione dei governi repubblicani individuò nell’emigrazione uno dei principali strumenti attraverso i quali garantire quel lavoro».
Utilizzare l’esercito industriale di riserva – nel lessico di Karl Marx – della manodopera a basso costo dell’emigrazione costituì una scelta di assoluta continuità rispetto al passato otto-novecentesco, che rispondeva contemporaneamente a esigenze economiche, sociali e diplomatiche. Prima che il 5 giugno 1947 George Marshall annunciasse l’imponente Piano, l’«European recovery program», di 14 miliardi di dollari di aiuti, è nel 1946 che Ricciardi vede la conferma di alcune categorie: «Sovrappopolamento come problema nazionale, l’emigrazione come valvola di sfogo del mercato del lavoro e le rimesse come fattore di sviluppo economico».
Tutto ciò con il sostegno di Stato, partiti, sindacati, Chiesa, giornali e cinema che «contribuirono alla formazione di una narrazione pubblica che presentava l’emigrante come protagonista della rinascita nazionale».
Settant’anni dopo la tragedia simbolo di Marcinelle è possibile, però, riequilibrare il giudizio e comprendere – è l’invito di Toni Ricciardi – davvero la storia della Repubblica italiana, collocando al centro i milioni di donne e uomini che la costruirono lavorando nelle miniere del Belgio, nelle fabbriche della Germania, nei cantieri della Svizzera, nelle campagne della Francia, nei porti dell’Australia e nelle città delle Americhe. «È lì che una parte decisiva della Repubblica prese corpo, producendo ricchezza, relazioni internazionali, integrazione europea e nuove forme di cittadinanza».