«La ricostruzione limitò lo spopolamento» [Il Mattino – ed. Avellino]

[Il Mattino – ed. Avellino, 23.11.2025, p. 25]
Intervista di Gianluca Galasso

Il terremoto del 23 novembre 1980 ha rappresentato anche un’opportunità. Toni Ricciardi, professore associato di storia delle migrazioni e delle catastrofi e vicepresidente del gruppo Pd alla Camera, invita a rivedere il giudizio su quanto avvenuto dopo quell’evento catastrofico che ha cambiato per sempre l’Irpinia e le sue genti.

In una valutazione a distanza di 45 anni, Ricciardi pensa subito “a due aspetti. Una riguarda ciò che bisogna fare. Con il collega Piero De Luca abbiamo depositato un’interrogazione per sollecitare una verifica relativa alla tenuta statica degli immobili, soprattutto di quelli pubblici. E ciò anche alla luce del fatto che il terremoto ci ricorda ogni tanto di essere presente da sempre da queste parti”.
Il secondo aspetto. “Se ci fermiamo a riflettere e osserviamo con distacco, scevri da ogni ideologia, a cosa è successo dopo il terremoto, non possiamo non notare che c’è tanto figlio di quel tremendo momento – spiega il deputato dem -. Mi riferisco, in particolare, ai vari insediamenti industriali che mantengono in vita le nostre comunità, impiegando migliaia di addetti”.
Al netto della nuova rilettura della tragedia e di ciò che ne è conseguito, l’Irpinia si trova ad affrontare le spallate dello spopolamento.
“La provincia di Avellino rappresenta un’anomalia. È la realtà più longeva d’Italia, quindi significa che la qualità della vita è buona, nella regione più giovane della penisola. A 45 anni sospendo il giudizio – rimarca Ricciardi -. Ho dato appuntamento al cinquantesimo anniversario del sisma per un’analisi corretta e sensata. Più ti distacchi emotivamente da quell’infausto 23 novembre, più è libera l’analisi. E questo mi porta a pensare, appunto, che il dramma del terremoto è stato anche un’opportunità per l’Irpinia”.
Una considerazione che appare quasi un ossimoro, ma che il politico e studioso invita a guardare da una prospettiva diversa.
“La ricostruzione ha permesso a due generazioni e mezza di restare sul territorio – fa notare -. Questa è scienza non è sensazione. Da giovane amministratore avevo un giudizio critico di ciò che è stato dopo il 23 novembre 1980. Via via è cambiata la mia percezione”.
Un cambiamento che Ricciardi illustra così: “Ho conosciuto due paesi della provincia diversi da come li hanno conosciuti i miei genitori. Faccio riferimento a Sant’Angelo dei Lombardi, comune d’origine di mia madre, che è stato raso al suolo dal sisma. E a Castelfranci, centro d’origine di mio padre, che è stato raso al suolo dalla ricostruzione”.
E ancora:“In Alta Irpinia c’era una gran sete di modernità. Non dimentichiamo che si viveva in case con stanze una sopra all’altra, in borghi sicuramente belli ma complicati da risiederci ogni giorno. Il terremoto ha messo in moto l’occasione per agguantare la modernità, purtroppo con morti, feriti e ferite. Fino a quel momento, quella fetta di territorio poteva contare quasi esclusivamente sulle rimesse degli emigranti. Nel 1977 – sottolinea Ricciardi – un quaderno del Formez sosteneva che c’erano due entroterra più arretrati in Italia: quello siciliano e l’Alta Irpinia. Qui, l’emigrazione ha inciso notevolmente. Altrove la gente, che era più scolarizzata, si spostava al Nord. Dall’Alta Irpinia, dove il tasso d’istruzione era molto basso, si andava all’estero, in modo particolare in Svizzera”. Il ricordo personale del terremoto di Ricciardi riguarda proprio la Svizzera: “Ho un ricordo indotto raccontato da mia madre, la quale mi diceva che mio padre venne svegliato nel sonno da un amico lionese e si misero in macchina alla volta dell’Italia, mentre noi eravamo alle Poste di Zugo ad attendere una telefonata. Poi – aggiunge – ho visto la metamorfosi dei luoghi. Da piccolo osservavo le persone vivere nei container e paesi con cantiere costanti”. Il vicepresidente del gruppo Pd alla Camera conclude con un’ulteriore riflessione che è anche appello: “Sono consapevole di affermare una cosa antistorica, ma per il 23 novembre 1980 serve una memoria condivisa ricordandoci che è stata la tragedia più immane della storia repubblicana”.